5_Via de' Ginori _ _ _ Itinerario Uno
Palazzi nobiliari 
su Via de' Ginori
Il forte bugnato di 
Palazzo Neroni
Crocifissione affrescata 
dal Sogliani in Via Taddea
Palazzo Ginori 
con stemma e loggia
Lapide che ricorda 
il soggiorno di Raffaello
Dall'angolo di Via de' Gori imbocchiamo ora a destra Via de' Ginori, che per il primo tratto costeggia il retro di Palazzo Medici
chiuso da un muro merlato. Il primo cancello a destra dà infatti su ciò
che rimane del giardino dell'edificio, lo stesso dove un tempo
giocarono Lorenzo il Magnifico e i suoi fratelli: la cancellata è alta,
ma se il grande portone in legno è aperto si può gettare un'occhiata
passando. La strada è una vivacissima arteria commerciale,
fiancheggiata di palazzi nobiliari, che sale verso Via Guelfa e prende
il nome dalla famiglia Ginori, originaria di Calenzano, che si era
trasferita a Firenze alla fine del Duecento partecipando alla vita
della Repubblica con 5 Gonfalonieri di Giustizia e 26 Priori. Alla fine
del Quattrocento era divisa in vari rami fra i quali, tutt'ora
esistenti, quelli dei Ginori Lisci e dei Ginori Conti (vedi Itinerario
3). La famiglia mantenne la sua importanza anche sotto i Lorena grazie
al marchese Carlo, fondatore della prima fabbrica italiana di
porcellane nella sua villa di Doccia (1737), e ai suoi discendenti, fra
cui si annoverano anche tre deputati e senatori del Regno d'Italia. Al
fascino di una Ginori è legato anche un brutto fatto di sangue,
l'assassinio nel 1537 del duca Alessandro, figlio di papa Clemente VII,
attirato in un convegno d'amore e ucciso a tradimento dal cugino
Lorenzaccio (vedi Via Cavour). L'ignara signora, il cui nome fu però
coinvolto nel truce scandalo, era Caterina Soderini, sposa di Leonardo
Ginori ma anche giovane zia di Lorenzaccio in quanto sorella di sua
madre Maria Soderini. Da lei sarebbe poi nato un Bartolomeo Ginori
famoso in Firenze per la sua figura imponente: alto due metri e 30 e
molto muscoloso, si dice che fosse preso a modello dal Giambologna per
il suo gruppo in marmo detto "Il ratto delle Sabine" (gesso
all'Accademia, originale sotto la Loggia dei Lanzi). Molto più tardi,
ai tempi del marchese Carlo Leopoldo (1788-1837), allo scopo di dare
maggiore luce alle stanze del primo piano sulla stretta via de' Ginori,
fu deciso di abbassare le case di fronte, che del resto erano dei
Ginori stessi, anzi, costituivano la prima dimora della famiglia in
quella strada. Le vediamo così ancora oggi: col solo pianoterreno e il
primo piano. Prima di acquistare il nome dei Ginori la strada ne aveva
altri. Si chiamava, con poca fantasia, Via San Lorenzo di Sopra fino
all'angolo di via Taddea - detto Canto (angolo) del Bisogno o del Bigno
non si sa bene perchè - e nel tratto successivo, cioè fino al Canto
alle Macine che incrocia con Via Guelfa, Via del Canto del Bisogno. Le
abitazioni del Ginori non sono le uniche a nobilitare questa via, una
delle più aristocratiche della città. Al numero 7 ecco Palazzo Neroni,
poggiato su un pianterreno dal bugnato molto sporgente, sproporzionato
rispetto ai due piani superiori. La colpa è probabilmente dell'esilio a
cui il Gonfaloniere Diotisalvi Neroni (politico di spicco, fratello
dell'arcivescovo di Firenze Giovanni e sposo di una Ginori) fu
condannato nel 1466 con tutta la famiglia dopo la congiura antimedicea
capitanata dai Pitti alla morte di Cosimo 'il Vecchio' contro suo
figlio Piero 'il Gottoso'. Il palazzo, rimasto incompiuto, fu
completato in seguito con la minor spesa possibile e nel 1564 fu
venduto a Noferi di Zanobi Bracci, alla cui famiglia rimase fino ai
primi del Novecento passando poi agli Albizi. Una tradizione vuole che
le pietre a forte bugnato del pianterreno siano le stesse avanzate a
Michelozzo dalla costruzione di Palazzo Medici,
donate a Diotisalvi dall'amico Cosimo verso il 1460. Il carattere
michelozziano della bugnatura è in effetti notevole, ma non c'è nessuna
prova del dono se non l'amicizia fra il Neroni e il Medici,
tradita dopo la morte di quest'ultimo. Il volto di Diotisalvi è
immortalato in un busto di marmo realizzato da Mino da Fiesole nel 1464
e oggi conservato al Louvre. Al numero 9 segue il Palazzo di Montauto,
già Gerini, con due belle finestre inginocchiate attribuite
all'Ammannati e una facciata un tempo decorata da graffiti ora
deteriorati. Secondo le ricostruzioni degli studiosi queste decorazioni
spartivano la facciata in alcuni ordini di lesene: dovrebbero risalire
al 1450 circa ed essere quindi anteriori all'identico disegno creato
per Palazzo Rucellai da Leon Battista Alberti.
Al numero 11 ecco il principale dei palazzi Ginori, costruito fra il
1516 e il 1520 inglobando una serie di case su progetto attribuito con
buone ragioni a Baccio d'Agnolo. Conservato dalla famiglia, il palazzo
è ancora superbamente arredato al suo interno e arricchito dagli
affreschi di Alessandro Gherardini e da numerose altre opere d'arte.
Qui si tennero, fra il 1890 e il 1895, le famose conferenze sulla "Vita
italiana" che ebbero fra gli oratori Giosuè Carducci, D'Annunzio,
Pascoli e Pasquale Villari. Parallelamente, sull'altro lato della via
si dipanano in successione il Palazzo Medici con il suo giardino e,
passato un tabernacolo seicentesco dipinto su tela, l'ala dovuta
all'ampliamento dei Riccardi, riconoscibile dallo stemma familiare
formato da una chiave. Qui è l'ingresso della Biblioteca Riccardiana,
tutt'oggi fra le principali raccolte cittadine di codici, manoscritti e
libri rari. Al numero 26, una lapide ricorda che "Qui abitò e morì il
XVIII dicembre MDCCCXLVII Luigi Pampaloni", scultore fra le cui opere
si ricorda la tomba di Giulia Bonaparte Clary in Santa Croce. Seguono
alcune case abbastanza modeste che però avevano costituito la prima
dimora dei Ginori nella strada. Fu il marchese Carlo Ludovico
(1788-1837) che decise di abbassarle, tagliando tutto ciò che andava
oltre il primo piano, per dare più luce alle stanze del più importante
dei Palazzo Ginori. Di fronte, accanto al primo, altri due palazzi di
proprietà Ginori si alzano infatti al numero 13 e al numero 15:
quest'ultimo, ormai sull'angolo di via Taddea, è l'ex Palazzo Taddei
disegnato da Baccio d'Agnolo. Alla stessa famiglia apparteneva anche il
palazzo sull'angolo opposto, passato il Canto del Bisogno, che nel 1505
sembra avere accolto niente meno che il giovane Raffaello Sanzio,
appena giunto da Urbino in cerca di fortuna e committenti. Lo ospitò
Taddeo di Francesco Taddei, come ricorda la lapide apposta al numero 17
della strada, ma è probabile che il Sanzio fosse invece ospitato al
numero 15.