2_Via del Melarancio _ _ _ Itinerario Tre
Approfondimenti
I Gaddi
Palazzo Bartolini 
Salimbeni Vivai
facciata con stemma
Targa in ricordo 
del soggirno di 
John Milton
Buca per la vendita del vino
sulla facciata di Palazzo 
Bartolini Salimbeni Vivai
Affrontiamo l'itinerario partendo dalla prima a destra delle due strade
che si aprono davanti a noi: via del Melarancio. Percorrendola, notiamo
a sinistra il fianco dell'Albergo Majestic costruito da Lando Bartoli
nel 1974 ma teniamo piuttosto lo sguardo sul lato destro e ricordiamo
che il primo palazzo, all'angolo di Piazza dell'Unità, costruito dai
Bonsignori e passato poi agli Alamanni, ospitò a metà del Settecento un
celebre teatro, il Teatro della Piazza Vecchia, voluto dagli Accademici
Arrischiati, che avevano per simbolo un topo e per motto il proverbio
"chi non risica non rosica". Costruito nel 1759, il teatro durò poco
più di un secolo: dopo il trasferimento della capitale italiana da
Firenze a Roma fu costretto a chiudere, e il palazzo, dalle piacevoli
forme rinascimentali, fu di nuovo adibito a privata abitazione. Di
fronte, passato il Majestic, notiamo al numero 3 un bel palazzo di
stile classico: una lapide ci ricorda che questa fu la casa di Quirina
Mocenni (1781-1847), la "donna gentile" cantata dal Foscolo, che
morendo lasciò l'edificio in eredità ai nipoti Martelli.
Proseguiamo ora su via del Melarancio in direzione di piazza Madonna
degli Aldobrandini. Stiamo costeggiando quello che fino al 1284 era il
muro di cinta della città in cui era nato Dante, appunto "la cerchia
antica" citata nella "Divina Commedia".
Melarancio è l'antico nome del frutto esotico, giunto dalla Persia col
nome di "marang", che a Firenze ebbe così tanta fortuna che alla sua
coltivazione furono dedicati interi giardini: come quello della Badia
Fiorentina (il chiostro degli Aranci) o quello del Paradiso dei Gaddi,
situato in fondo a questa stradina, sulla forca di via del Giglio, in
quell'area del Campo Corbolini dove si apriva una delle porte della
prima cerchia di mura comunali, quella del 1172.
Il giardino dei Gaddi era tanto pieno di aranci che il loro profumo si
spandeva ben oltre le mura, impregnando tutta la zona e lasciando alla
nostra strada un nome che è giunto fino a oggi.
Quando le vecchie mura furono abbattute, lungo il Paradiso dei Gaddi
venne tracciata l'odierna via del Melarancio: una delibera comunale del
1404 stabilisce che venga lastricata la strada (ancora senza nome) "cha
va da Piazza di Madonna a Piazza Vecchia di Santa Maria Novella". Solo
in seguito - certo per l'evidenza degli aromi - la strada prese in nome
di via del Melarancio e vi sorsero altre case di famiglie illustri:
oltre ai Bonsignori gli Altoviti, i Gondi e i Ricasoli.
Via del Giglio
Conviene ora, prima di inoltrarci in piazza Madonna, girare intorno al
Paradiso dei Gaddi e dare una breve occhiata a via del Giglio, il cui
nome ha origine probabilmente da uno stemma della città posto sulle
mura della prima cerchia, che correvano lungo questa strada. Quando la
cinta venne allargata, il giardino dei Gaddi si trovò ad essere dentro
le mura, e quindi su un'area edificabile. Niccolò di Sinibaldo Gaddi vi
costruì allora un nuovo, più prestigioso palazzo unificando alcune
casette. In una di queste aveva abitato nel Quattrocento l'umanista
Poggio Bracciolini e, nel Seicento, il poeta inglese John Milton,
autore del poema "Il paradiso perduto". Una lapide ricorda il
soggiorno: "Qui nel Palazzo dei Gaddi è tradizione che soggiornasse
negli anni 1638 e 1639 John Milton trovando a Firenze l'Italia dei
classici". Rimaneggiato e ampliato nel Settecento, il palazzo è stato
abitato anche dallo storico toscano Emanuele Repetti e ha sull'ingresso
principale un inconsueto busto cinquecentesco di giovane donna.
Lungo la strada, che sbuca in via Panzani e che si chiamò per un
periodo "via di Pantano" (un doppio ricordo degli antichi 'pantani'
dell'area), incontriamo ancora il Palazzo Franzoni già Ulivieri,
edificato dai Gaddi nel Settecento riunendo alcune case (numero 11-15),
il bel Palazzo Coppini con stemma sulla facciata (al numero 10), il
Palazzo Arrighetti che ospita oggi un grande albergo (al numero 9) e,
all'angolo col Chiasso degli Armati, il Palazzo Bartolini Salimbeni
Vivai (al numero 2) con una originale buchetta per la vendita del vino
che simula il
portale di un palazzo del Cinquecento con le parole "Vendita di vino"
scolpite nella pietra e un'altra scritta che riporta gli orari per i
clienti.
La presenza di piccole aperture per la vendita del vino sulla facciata
di tanti palazzi nobiliari fiorentini non ci deve stupire. Ognuna delle
famiglie più in vista aveva infatti vaste proprietà agricole, da cui la
famiglia traeva una fonte di sostentamento sempre certa. Un'abitudine
rimasta invariata nei secoli e che nelle fasi economiche più buie ha
contribuito a salvare molti patrimoni. Non era insolito quindi che il
vino prodotto fosse venduto in città da quei servitori addetti in
particolare alla dispensa, che spesso facendo questo servizio si
trasformavano in una specie di portieri 'ante litteram'.
Come si vede, vino e nobiltà sono sempre andati daccordo nella società
fiorentina.