9_Via dell'Amorino _ _ _ Itinerario Tre
Approfondimenti
I
Via dell'Amorino già 
Via dell'Amoricchio: 
un ricordo della 
'Mandragola'
Tabernacolo 
con robbiana
Palazzo Viviani 
detto 'dei Cartelloni'
Caratteristico negozio 
di alimentari in 
Via Sant'Antonino
Si apre qui una stradina quasi nascosta, che da piazza Madonna porta a
via Sant'Antonino (giunti in fondo vedremo sull'angolo un piccolo ma
grazioso tabernacolo robbiano).
Il suo nome più antico fu Via della Morina e qualche studioso ha
pensato che l'appellativo si riferisca ai resti dell'antico acquedotto
romano, detti "more", da cui sarebbe nato il toponimo "fra le more"
trasformato poi in "fra l'amore". Più popolare e diffusa invece la
convinzione che il vicolo traesse nome dalla vicina Via dell'Amore
(oggi Sant'Antonino): una targa apposta sotto l'odierno nome ricorda
infatti quello precedente di "Via dell'Amoricchio" e riporta
all'intrigo amoroso che fece parlare e ridere tutta la città.
Si tratta dell'inganno narrato da Niccolò Machiavelli nella sua
"Mandragola". Proprio qui viveva infatti l'anziano Nicia Calfucci,
sposo della giovane e bellissima Lucrezia. Non riuscendo ad avere
figli, messer Nicia si rivolse ad un astuto lenone di nome Ligurio il
quale inventò la favola di un'erba detta "mandragola" che avrebbe
permesso alla donna di restare incinta ma avrebbe ucciso chi l'avesse
fecondata. Il vecchio credulone consegnò la moglie per una notte alla
vittima predestinata ma... la vittima fu proprio lui, perché Ligurio
era daccordo col giovane Callimaco Guadagni, innamorato di Lucrezia,
che in tal modo poté incontrarla in piena libertà e, naturalmente,
restare ben vivo.
Giunti in Via Sant'Antonino ci conviene fare pochi passi a sinistra e
tornare sull'angolo con Piazza Unità d'Italia, dove fa bella vista di
sé il già citato tabernacolo robbiano, per percorrere tutta intera
questa strada veramente interessante. Si tratta di un'arteria medievale
che corre dritta dalla piazza fino al Mercato Centrale alternando oggi
come allora botteghe, negozi, tabernacoli e palazzi nobiliari.
Via Sant'Antonino
La strada è intitolata al fiorentino Antonio Pierozzi (1389-1459), nato
dal notaio ser Niccolò, chiamato col diminutivo di Antonino per la sua
figura piuttosto gracile e minuta ma in realtà personaggio di grande
forza morale. Frate domenicano a Fiesole e poi priore del Convento di
San Marco, fu amico del Beato Angelico, cui commissionò la decorazione
a fresco del complesso conventuale appena ristrutturato da Michelozzo per ordine di Cosimo de' Medici. Nel 1446, contro la sua volontà ma col sostegno dei Medici,
Antonino fu nominato da papa Eugenio IV Arcivescovo di Firenze,
facendosi amare dal popolo e temere dai potenti. Costante e ferma, la
sua predicazione incitava alla carità, all'umiltà e all'amore per il
prossimo. Si battè contro la politica fiscale di Cosimo 'il Vecchio'
fondando la Compagnia dei Buonomini (tutt'ora esistente) per il
sostegno ai "poveri vergognosi" (oggi si direbbe "i nuovi poveri"),
cioè alle persone già benestanti ma rese povere dalle esose tassazioni
del Medici. E contro di lui difese fino alla scomunica la segretezza
del voto nei Consigli della Repubblica,
fondamentale per una libera espressione delle idee politiche. Tanto fu
amato dalla sua gente che già nel 1523 era stato proclamato santo. Un
suo busto dalle fattezze molto realistiche, che mostra un volto
semplice e arguto, fu realizzato da Andrea del Verrocchio.
La via comincia con un bel bassorilievo di Andrea della Robbia posto
sull'angolo sinistro e racchiuso in un tabernacolo più tardo e di minor
pregio. A destra, sulla casa al numero 2, è collocato un altro
tabernacolo settecentesco che inquadra un antico affresco. La pittura,
malamente tagliata, doveva far parte di una decorazione molto più vasta
e probabilmente quattrocentesca che ornava la facciata, e l'inclusione
nel tabernacolo ne ha probabilmente salvato la parte più 'sacra'. In
questa casa, già appartenuta alle 'Monache di San Pietro Martire',
nacque il 31 ottobre 1895 Vittorio Formentaro, medico e filantropo che
nel 1927 avrebbe fondato a Milano l'Associazione Volontari Italiani del
Sangue (Avis).
Questo primo tratto di strada si chiamò anche Via dei Cartelloni a
motivo del cosiddetto Palazzo dei Cartelloni (al numero 11) edificato
dal matematico Vincenzo Viviani, allievo di Galileo e maestro dei
giovani principi Medici Ferdinando (poi granduca), Giovan Carlo, Mattia
e Leopoldo. Divenuto un personaggio di spicco sia alla corte toscana
che a quella del Re Sole, che gli aveva elargito una larga pensione, il
Viviani si costruì il suo palazzo su alcune case di proprietà della
famiglia fiorentina Del Giocondo (la stessa della Monna Lisa di
Leonardo) venute in sua proprietà alla fine del Seicento, e volle al
tempo stesso rendere omaggio a Galileo: sia facendo collocare sul
portone un suo busto scolpito da Giovan Battista Foggini, sia facendo
incidere un lunghissimo omaggio al suo maestro nei due "cartelloni" di
gusto barocco che fiancheggiano l'ingresso e che risultano apposti nel
1693 (data entro la quale il palazzo doveva quindi essere concluso)..
Il busto di Galileo e i due "cartelloni" laterali all'ingresso mostrano
tutta la devozione del Viviani al suo maestro, trattato qui come un
sovrano. Nel 1703, alla morte del Viviani, la casa passò dapprima ai
Panzanini e poi, nel 1733, a Giovan Battista Nelli, figlio e omonimo
dell'architetto che l'aveva costruita. L'interno del palazzo è
piuttosto insignificante, ad eccezione del vasto giardino, e oggi
ospita fra l'altro una scuola americana.
Poco più avanti, sullo stesso lato, ecco ora una porta fiancheggiata da
due finestre ovali e sormontata da una mistilinea: all'apparenza sembra
una casa, anche un po' malandata, in realtà si tratta di una piccola
chiesetta, l'Oratorio di San Giuseppe, che forse una volta era la
cappella del convento delle Montalve, situato in questa strada ma oggi
distrutto. L'oratorio ebbe un momento di grande popolarità dopo il
1945, quando si sparse la voce che una preghiera e una candela accesa a
San Giuseppe in questo luogo aiutavano gli follati a trovare casa più
velocemente...
Oltrepassato l'incrocio con via Faenza, il tratto di strada fino a via
dell'Ariento aveva un tempo nome Via della Cella di Ciardo, a causa di
una nota mescita di vino. Il nome 'cella' viene dal latino e indica
appunto una cantina, ma quella di Ciardo era dotata di una loggia con
pilastri ottagonali e stemmi scolpiti della famiglia Del Comandatore.
Purtroppo cadde vittima del piccone ottocentesco che stava facendo
posto al nuovo mercato.
Anche il povero vinattiere Ciardo non aveva avuto, molti secoli prima,
sorte migliore. Acceso sostenitore dei Ciompi (i cardatori dell'Arte
della Lana) che nel 1378 avevano messo a ferro e fuoco la città per
ottenere salari migliori, ne seguì la sorte e, dopo il celebre Tumulto
e il fallimento del governo del Popolo Minuto, fu decapitato nel
Palazzo del Bargello.
La strada si interrompe oggi in via dell'Ariento, subito dopo la nota
pasticceria Sieni, celebre per le sue 'schiacciate' alla fiorentina,
tipico dolce carnevalesco di forma rettangolare coperto di zucchero a
velo e ornato al centro dal giglio di Firenze. Fino alla creazione del
Mercato, la strada proseguiva col nome di Via Porciaia e attraversava
l'attuale area di Piazza del Marcato Centrale giungendo fino alla
successiva Via Rosina, che ancora oggi sbuca su Via Taddea (vedi
itinerario 1).